Le nuove forme di «vicinato intenzionale»: il Cohousing in Italia e in Inghilterra

di Maria Laura Ruiu (*)

L’obiettivo della ricerca è studiare, in riferimento alla letteratura e ai casi studio considerati, la natura delle comunità Cohousing in Italia e in Inghilterra, le origini, le motivazioni alla base della nascita e del loro sviluppo, il “funzionamento”, la composizione dei gruppi (in termini di capitale sociale, economico e culturale), il rapporto tra il design architettonico e lo sviluppo dell’interazione tra gli abitanti, l’orientamento alla cura dell’ambiente. 

Una volta identificati gli aspetti costitutivi, inoltre, lo studio verifica in che misura il Cohousing sia in grado di promuovere il mix sociale all’interno delle comunità (e quali possibili effetti questo produca), il grado di soddisfazione degli abitanti, i processi di interazione tra i membri anche in relazione al possibile sviluppo di progetti all’interno della produzione di housing sociale, il rapporto instaurato tra le comunità e l’esterno e gli effetti prodotti nel contesto urbano più ampio.

La tesi è suddivisa in tre parti: le prime due, di carattere teorico, definiscono l’oggetto di studio, le sue radici storiche, si riferiscono alla letteratura che si è occupata del tema e introducono gli argomenti chiave affrontati nella ricerca empirica; la terza analizza i dati raccolti durante la fase di studio del contesto inglese e italiano alla luce dei concetti introdotti nelle prime due parti al fine di rispondere alle domande di ricerca formulate. Sono state prese in esame quattro Comunità di Cohousing in Inghilterra e sei in Italia. È fondametale chiarire che non si tratta di uno studio comparativo tra i due paesi, anche se, talvolta, sono sviluppate considerazioni in relazione ad alcuni caratteri comuni e differenti dei due contesti. Inoltre, i risultati ottenuti non sono, sempre, estendibili al fenomeno generale (anche se si individuano alcuni tratti comuni a tutte le esperienze che distinguono il modello abitativo) in relazione alla forma organizzativa e strutturale che ogni gruppo definisce autonomamente in base alle proprie esigenze e al contesto di riferimento.

Nello specifico, la prima parte del lavoro si divide in due capitoli dedicati all’introduzione e alla descrizione delle caratteristiche del fenomeno; alla definizione del social housing e all’analisi delle politiche dell’abitare in Italia e Inghilterra.

Il primo capitolo concerne la nascita e lo sviluppo del Cohousing e identifica gli aspetti costitutivi del modello. È a sua volta suddiviso in paragrafi e sottoparagrafi. Il primo paragrafo si concentra sulla definizione del Cohousing e si suddivide in sub unità riguardanti: i processi di partecipazione nella progettazione e nella gestione degli spazi e dei servizi; la definizione di una visione comune rispetto agli stili di vita e la presenza o meno di ideologie religiose o partitiche all’interno dei gruppi; il potenziale sviluppo di un senso di appartenenza alla comunità; il concetto di “vicinato elettivo”; l’autogestione e l’amministrazione “orizzontale” del “villaggio; gli spazi e i tempi della socializzazione. Il secondo paragrafo si focalizza sui processi costitutivi del Cohousing. Il terzo sulla forma legale. Il quarto si riferisce ad alcuni esempi di comunità a livello mondiale. Il quinto è suddiviso in due sottounità che cercano di individuare le radici utopiche del Cohousing e i tratti comuni al Falansterio. Il secondo capitolo si concentra sulla produzione di politiche in materia abitativa in termini di housing, Cohousing e social housing. Nel primo paragrafo si delinea una definizione di carattere generale di housing sociale; nel secondo sono descritti alcuni esempi di “co-social-housing” (comunità di Cohousing orientate al sociale realizzate grazie alla collaborazione tra attori differenti); il terzo è diviso in sottoparagrafi incentrati sulla produzione normativa in Italia; il quarto riflette simmetricamente la struttura del precedente concentrandosi sul contesto inglese.

La seconda parte della tesi è suddivisa in quattro capitoli e affronta: il dibattuto tema della “comunità” riferendosi, da un lato, alle definizioni classiche fornite in ambito sociologico, dall’altro alle più recenti analisi; la relazione tra la conformazione architettonica del sito, le dinamiche sociali; le condizioni secondo cui il Cohousing può trasformarsi nella forma della Gated Community. Infine, ci si riferisce al concetto di sostenibilità e alla sua applicazione nell’ambito del Cohousing.

Nello specifico, il primo capitolo riguarda l’abitazione come chiave di lettura nella definizione di Comunità e Società. È diviso in 5 sub unità in cui, con riferimento alla letteratura, si analizza il “bisogno” di comunità tra individualità e massificazione; il concetto di comunità nella sociologia; il concetto di comunità nei progetti Cohousing; la distinzione rispetto a un “normale” condominio; il potenziale sviluppo di capitale sociale nei Cohousing.

Il secondo capitolo entra nel merito della questione riguardante la “pianificazione” dei processi sociali attraverso l’architettura. I tre paragrafi costitutivi riguardano il rapporto tra la pianificazione urbana/architettonica e il contenuto di questa; l’architettura e i processi di socializzazione; gli effetti prodotti dall’architettura del Cohousing.

Il terzo capitolo affronta il tema del rischio di produrre processi di segregazione all’interno dei progetti dei Cohousing, e si articola in tre paragrafi riguardanti: la definizione degli spazi pubblici e degli spazi privati all’interno delle comunità; la comparazione con un altro modello abitativo, rappresentato dalla Gated Community, con cui il Cohousing condivide solo alcuni aspetti.

Il quarto capitolo analizza il concetto di sostenibilità ambientale in relazione al Cohousing: il primo paragrafo si riferisce al contrasto città-natura; il secondo applica il concetto di sostenibilità ambientale al Cohousing.

La terza parte della tesi è di carattere empirico: sono riportati i risultati della ricerca svolta su 10 comunità (in parte rappresentate da cohousing, in parte da “co-social-housing”). Un paragrafo, dedicato alla metodologia, introduce la cornice e gli strumenti a cui lo schema di analisi si riferisce. La terza parte è divisa simmetricamente in due parti che affrontano il Cohousing in Inghilterra e il Cohousing in Italia.

Approfondendo ulteriormente, e riprendendo quanto accennato inizialmente, lo schema della ricerca riflette gli obiettivi dello studio, ovvero indagare sulla natura dei progetti, sulle motivazioni che spingono gli individui a scegliere un Cohousing life style, il grado di chiusura (o apertura) verso l’esterno, i tratti comuni (e le differenze) tra comunità collocate in due contesti in cui il Cohousing non si è ancora affermato (anche se in Inghilterra il settore è molto più sviluppato rispetto all’Italia). Quest’ultima caratteristica ha favorito la comprensione dei meccanismi alla base dello sviluppo di comunità di questo tipo e le conseguenti reazioni delle istituzioni e della comunità locale. Inoltre, è utile per comprendere come le comunità si originano e si diffondono progressivamente sul territorio fin dal principio. La ricerca intende, inoltre, indagare la composizione interna dei gruppi in termini di omogeneità (o eterogeneità) in relazione al capitale sociale, economico e culturale. Infine, definisce la natura della relazione tra gli individui e lo spazio in cui vivono (privato e condiviso). La letteratura prodotta sul Cohousing, infatti, mette in luce elevati gradi di partecipazione da parte dei futuri abitanti delle comunità nel processo di progettazione fisica e organizzativa delle stesse. La domanda, in questo caso, riguarda il grado di influenza del layout architettonico sui rapporti tra gli abitanti.

I casi studio sono stati scelti sulla base di due criteri: il primo si riferisce alla natura “privata” dei progetti (resident-led, ovvero totalmente realizzati e finanziati dai propri abitanti); il secondo riguarda ciò è stato arbitrariamente definito “co-social-housing” (progetti orientati al sociale attraverso partnership con attori esterni). La Community Project, il Springhill Cohousing, Lilac, Rio Selva Farm, Itaca, Ecosol, Irughegia rientrano nella prima classificazione; il Threshold Centre, il Villaggio Barona e il Villaggio Solidale nella seconda. In Italia è molto frequente la creazione di forme “ibride” caratterizzate da una minima presenza di “abitazioni sociali” (finanziate dai privati), in relazione alla disponibilità di unità in affitto per soggetti svantaggiati.

I casi studio inglesi sono: la Community Project (Lewes, East Sussex), Threshold Centre (Gillingham, Dorset), Springhill Cohousing (Stroud, Gloucestershire), Lilac (Leeds, West Yorkshire). L’interesse per la Community Project nasce dal fatto che il gruppo ha riqualificato un sito esistente (un ospedale) e nella comunità vive la già coordinatrice della UK Cohousing Network (rete di sviluppo e supporto alla nascita di nuovi progetti). Il Threshold Centre è stato selezionato sulla base del suo carettere “semi-sociale”: il gruppo ha ristrutturato un sito esistente e, anche in questo caso, un membro della UK Cohousing Network vive nella comunità. Il Springhill Cohousing è collocato, a differenza dei due casi precedenti (il primo in periferia e il secondo in un contesto rurale), in un contesto urbano (Stroud). Lilac è rappresentato da un gruppo di individui (formalmente costituiti in società) che sta portando a termine la realizzazione fisica della comunità in un contesto urbano (Leeds). Lo schema di analisi si ripete in maniera simmetrica per ogni caso studio ad eccezione del caso di Lilac: ci si riferisce alla storia, alla struttura interna, alla conformazione fisica e alle dinamiche sociali, al processo decisionale e alla governance, alle relazioni con l’esterno e agli effetti prodotti nel contesto di inserimento. Infine, sono sviluppate alcune considerazioni in relazione a ogni esperienza esaminata (nel caso di Lilac ci si è riferiti alla storia della Comunità fino al Maggio 2012). Infine, sono formulate le considerazioni generali sul “caso inglese”.

I casi studio in Italia sono rappresentati da: il Villaggio Barona (Milano, Lombardia), il Villaggio Solidale (Mirano, Veneto), Itaca (Modena, Emilia Romagna), Rio Selva (Preganziol, Veneto), Eco-sol (Fidenza, Emilia Romagna), Irughegia (Modena, Emilia Romagna). Nonostante il disegno di ricerca iniziale prevedesse di includere l’Urban Village Bovisa a Milano (la rete Cohousing.it definisce questo esperimento come il primo Cohousing in Italia), non è stato possibile considerare anche questo esempio a causa della mancanza di disponibilità dei residenti a essere intervistati. In Italia si registra un crescente interesse per il fenomeno, ma i pochi esempi presenti sono, nella maggior parte dei casi, in fase di sviluppo. È difficile, dunque, identificare le esperienze, a meno che queste facciano parte di reti come Cohousing.it, o di associazioni (per esempio Coabitare, Cohabitando e E-co-abitare). Inoltre, tali esperienze sono conosciute anche in relazione al meccanismo speculativo che le ha promosse: le aziende pubblicizzano il Cohousing attraverso strategie di marketing perché si rivolgono a un target specifico attraverso una logica di tipo top-down. La fattoria Rio Selva è un cohousing di piccole dimensioni (4 famiglie) collocato in un’area rurale a Preganziol (Treviso): nasce dalla volontà di una coppia di anziani di creare un progetto di senior Cohousing per combattere l’isolamento legato all’età avanzata e, per questo motivo, mette a disposizione la propria casa. Itaca nasce a Modena come un progetto di housing economicamente sostenibile: è una comunità rilevante dal punto di vista delle motivazioni che hanno spinto il gruppo a insistere nel percorso di creazione della comunità nonostante i numerosi ostacoli che si sono presentati in un lungo arco di tempo. Ecosol è un progetto in via di sviluppo a Fidenza: gli edifici sono già stati completati e il gruppo sta per prendere possesso delle proprie abitazioni. Irughegia è rappresentato da un gruppo di persone ancora impegnato nella ricerca di un sito: il gruppo vorrebbe acquistare un terreno “pubblico”. Sebbene Rio-Selva, Ecosol e Irughegia siano Cohousing resident-led sono caratterizzati, comunque, dalla presenza di “abitazioni sociali”. Il Villaggio Barona e Villaggio Solidale, non appartengono esattamente alla categoria del “cohousing sociale” ma sono stati considerati gli esempi più vicini a tale modello organizzativo. La scelta di studiare il Villaggio Barona era inizialmente legata alla prossimità fisica all’Urban Village Bovisa a Milano, e alla volontà di considerare due esperienze molto differenti all’interno della medesima città. Nel caso del Villaggio Barona e del Villaggio Solidale è stato ripreso lo stesso schema di analisi applicato ai casi di studio inglesi (anche se nel Villaggio Barona non è stata considerata la componente legata alla sostenibilità ambientale perché essa non rappresenta un ingrediente fondamentale di questa esperienza). Gli altri casi sono di recente realizzazione, o ancora in fase di sviluppo, e questa è la ragione per cui è stato scelto, come titolo della sezione, “Italia. Cohousing work in progress”. Infine, sono formulate le considerazioni generali sul “caso italiano”.

Il lavoro si conclude con la formulazione delle considerazioni generali e delle conclusioni a cui si è giunti nello studio delle caratteristiche del Cohousing in Italia e in Inghilterra.

(*) Tesi di dottorato in Scienze Sociali dell’Università degli Studi di Sassari, a.a. 2010/2011

 

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